Tante speranze, ma poche certezze: a oggi ci sono scarse evidenze scientifiche sui potenziali benefici e rischi della cannabis terapeutica negli adulti con dolore cronico. E’ la conclusione della Fondazione Gimbe che, dopo un approfondito processo di ricerca e selezione della letteratura, che ha incluso 13 revisioni sistematiche e 62 studi, ha messo a punto un Position Statement sul tema, in attesa dell’approvazione del Ddl ‘Disposizioni concernenti la coltivazione e la somministrazione della cannabis a uso medico’, in dirittura d’arrivo al Senato.  “Limitate evidenze scientifiche dimostrano che i preparati a base di cannabis con contenuto standardizzato di Thc-Cbd possono alleviare il dolore neuropatico, ma le prove di efficacia sono insufficienti nei pazienti con altri tipi di dolore. Peraltro, la maggior parte degli studi è di piccole dimensioni, spesso con rilevanti limiti metodologici e non conosciamo gli effetti a lungo termine perché la durata del follow-up è limitata”, spiega il presidente della fondazione, Nino Cartabellotta. “Diverse motivazioni – precisa Cartabellotta – ci hanno indotto a realizzare il Position Statement ‘Uso terapeutico della cannabis nel dolore cronico: efficacia ed effetti avversi’. Innanzitutto, il dolore cronico è l’indicazione che dal punto di vista epidemiologico ha il maggior impatto sulle necessità terapeutiche e, di conseguenza, sulla produzione di cannabis; in secondo luogo, i medici saranno sempre più spesso chiamati a discutere di benefici e rischi della cannabis con i loro pazienti, tenuti a rilasciare un consenso informato scritto; infine, le evidenze scientifiche sono estremamente frammentate e non disponiamo di una mappa delle conoscenze per guidare decisioni dei medici e scelte dei pazienti, orientare la conduzione di ulteriori studi e fornire alle istituzioni elementi oggettivi per stimare il fabbisogno nazionale di cannabis”.  Rispetto ai rischi, nei pazienti con dolore cronico la cannabis si associa al rischio di eventi avversi a breve termine: sia frequenti e lievi (per esempio vertigini, senso di stordimento), sia rari e severi (per esempio tentato suicidio, paranoia, agitazione). Tuttavia, le evidenze sui rischi della cannabis derivano soprattutto da studi condotti nella popolazione generale, evidenzia la Fondazione. Nei giovani adulti il fumo occasionale di cannabis non influenza negativamente la funzionalità polmonare sino a 20 anni di follow-up, ma le evidenze sono insufficienti sul rischio di eventi cardiovascolari e di tumori. Meglio documentati, invece, i rischi per la salute mentale: l’uso di cannabis si associa allo sviluppo di sintomi psicotici e di esacerbazioni di sintomi maniacali nel disturbo bipolare; l’intossicazione acuta aumenta il rischio di incidenti con veicoli a motore e l’uso a lungo termine influenza negativamente le funzioni cognitive e si associa con una grave forma di vomito ciclico.  “E’ una grande conquista sociale – conclude Cartabellotta – che l’iter del Ddl 2947 sia in dirittura di arrivo con l’obiettivo di disciplinare l’utilizzo della cannabis per uso terapeutico. Tuttavia, considerato che gli oneri della cannabis a uso terapeutico saranno a carico del Servizio sanitario nazionale, non si può ignorare che nei pazienti con dolore cronico non esistono dati definitivi sulla sua efficacia e che le informazioni sui potenziali rischi sono ancora limitate. Ecco perché, al fine di utilizzare meglio il denaro pubblico, è indispensabile sia non alimentare aspettative irrealistiche nei pazienti, sia condurre ulteriori studi nelle aree suggerite dal Position Statement Gimbe”. Il documento è disponibile su www.evidence.it/cannabis. Dal 14 dicembre 2016 – ricorda la Fondazione – è disponibile in Italia, per la prescrizione di preparazioni magistrali, la cannabis Fm2 prodotta dallo stabilimento Chimico farmaceutico militare di Firenze e contenente tetraidrocannabinolo (Thc) e cannabidiolo (Cbd). Il 22 febbraio il ministero della Salute ha emanato una circolare con le informazioni necessarie a medici e farmacisti per la preparazione e l’utilizzo della cannabis. Tra le indicazioni, l’analgesia “in patologie che implicano spasticità associata a dolore (sclerosi multipla, lesioni del midollo spinale) resistente alle terapie convenzionali” e “nel dolore cronico (con particolare riferimento al dolore neurogeno) in cui il trattamento con antinfiammatori non steroidei o con farmaci cortisonici o oppioidi si sia rivelato inefficace”. La circolare sottolinea che “la cannabis è un trattamento sintomatico di supporto a quelli standard, quando non hanno prodotto gli effetti desiderati o hanno provocato effetti secondari non tollerabili o necessitano di incrementi posologici che potrebbero determinare effetti collaterali”. 
Source: Adkronos