Il primo fu San Carlo Borromeo, nel ‘600. Con il ritratto dell’arcivescovo di Milano, che nel 1572 aveva nominato suo erede universale l’ospedale Maggiore, nasce la tradizione dei quadri dei benefattori che ha portato in 4 secoli ad accumularsi nel ‘caveau’ del Policlinico di via Sforza 910 opere, fra cui i lavori di artisti come Giovanni Segantini, Francesco Hayez, Mosè Bianchi, Carlo Carrà. Una carrellata di volti e storie di pezzi di società cittadina: famiglie storiche come i Visconti di Modrone, nobili, borghesi, benefattori spagnoli, grandi industriali come i Campari. Fino al 2004, anno dell’ultimo ritratto, quello dell’imprenditore farmaceutico Arrigo Recordati. Poi – causa crisi e ‘spending review’, e dopo un tentativo di proseguire con più economici ritratti fotografici – lo stop.  

Oggi la tradizione rinasce per volere degli attuali vertici del Policlinico, che per la difficile missione hanno deciso di stringere una partnership con un’altra storica istituzione della metropoli, l’Accademia di Brera, scommettendo sui suoi giovani talenti, gli artisti del futuro. La caccia ai “nuovi Hayez e Segantini” è già partita. Due artisti sono già stati arruolati. Si chiamano Barnaba Canali e Romeo de Giorgi, 27 e 21 anni, hanno firmato l’accordo con cui l’Irccs commissiona loro i primi due ritratti e hanno cominciato a ‘studiare’ le vite e le immagini dei benefattori che diventeranno i protagonisti delle loro opere. In programma ce ne sono diversi altri, per i mecenati che nei 14 anni in cui la tradizione era finita in stand by non erano stati “gratificati con un ritratto, o avevano ricevuto solo quello fotografico. Ne abbiamo 13 da recuperare”, spiega il presidente della Fondazione Ca’ Granda Policlinico, Marco Giachetti, durante la presentazione dell’iniziativa all’Accademia di Brera.  

Chi ha diritto al quadro? Nei primi 2 secoli non esisteva una quota specifica di donazione, il Consiglio ospedaliero decideva sulla base del prestigio della famiglia o sull’importanza politica e sociale del benefattore. Nel 1810 venne invece stilato un ‘tariffario’: una donazione di 40 mila lire milanesi per avere il ritratto a mezza figura e 80 mila lire per la figura intera. Cifre via via aggiornate nel tempo. Oggi l’ospedale ha deciso di cambiare un po’ le regole, fissando una soglia di 250 mila euro come donazione minima per un quadro a figura intera e abolendo la distinzione con la mezza figura. “Abbiamo optato per una ‘tariffa flat’ – sorride Giachetti – aprendo anche alle associazioni che non sono persone fisiche, ma donano in egual modo e con la stessa generosità. Abbiamo dunque previsto per loro la possibilità di un ritratto pittorico dedicato alla memoria di un caro defunto, che sia il fondatore o una persona attiva nell’ambito della loro realtà”.  

L’idea è di esporre i quadri, come da tradizione, in occasione della Festa del Perdono, momento ‘clou’ della vita dell’ospedale e della città intera ai tempi del duca Francesco Sforza. Istituita da Papa Pio II nel 1459, prevedeva che venisse concessa l’indulgenza plenaria a chi visitava la cappella dell’ospedale Maggiore nel giorno dell’Annunciazione, il 25 marzo. Ed era occasione per esporre i ritratti dei benefattori, che diventarono ben presto un simbolo di status sociale e una sorta di “operazione di marketing per l’ospedale” che invogliava così a donare.  

Il flusso della beneficenza per la storica struttura del capoluogo lombardo “non si è mai interrotto – sottolinea Giachetti – I milanesi l’hanno a cuore da secoli. E hanno donato secondo le proprie disponibilità da piccole cifre a strumenti necessari per l’ospedale, ma anche generi alimentari come uova e pollame per i malati. Fino a somme ingenti, palazzi, terreni, o addirittura hanno reso l’ospedale erede universale dei loro beni. Ancora oggi sotto varie forme il Policlinico arriva a ricevere in media circa 2,6 milioni di euro l’anno. Per questo l’interruzione dei ritratti mi è sempre sembrata una ferita da sanare. Ho voluto trovare una formula che permettesse di ripristinarla e sono lieto che, pur in ‘zona cesarini’ con il mandato in scadenza fra pochi mesi, si sia raggiunto il traguardo. Per il futuro vorrei si trovasse un modo per gratificare anche i piccoli donatori”.  

L’Accademia di Brera ha raccolto la sfida dei quadri dei benefattori. “Quando ho proposto loro di coinvolgere i migliori allievi – ricorda Giachetti – si è dimostrata entusiasta. Speriamo che l’opportunità data a questi ragazzi possa servire a valorizzare il loro lavoro e a far nascere gli artisti di domani”. In un’era di dominio digitale “si è persa la tradizione del ritratto”, osserva il direttore dell’Accademia, Franco Marrocco, secondo il quale l’operazione avviata con il Policlinico è espressione di qualcosa che va “oltre la questione locale. C’è una riappropriazione della pittura e dei modelli della tradizione che riporta a una discussione in atto” a livello internazionale.  

Il ritorno del figurativo dopo anni di astrattismo, suggerisce Paolo Galimberti, responsabile dei Beni culturali del Policlinico. Intanto, il futuro della tradizione dell’ospedale Maggiore è nelle mani di Canali e de Giorgi, selezionati da Maria Cristina Galli, docente di Anatomia artistica e di progettazione per la pittura all’Accademia di Brera. Uno dei primi benefattori a essere ritratto sarà Dario Granata che ha donato 300 mila euro al Policlinico (e altrettanti rispettivamente a Comune di Milano e Arma dei carabinieri), per mano di de Giorgi. Mentre per Canali c’è la sfida di un doppio ritratto: quello di Elda Rizzi e la sua figlioccia Antonietta, donatrici di una somma di quasi 400 mila euro.  

Seguiranno i ritratti di altri benefattori fra cui Anna Teresa Maiolo, storico primario dell’ospedale che ha amato a tal punto da donare mezzo milione di euro; l’ex presidente Giancarlo Cesana che durante il suo mandato ha rinunciato a metà del suo stipendio; i coniugi Romeo ed Enrica Invernizzi che hanno lasciato all’Irccs di via Sforza la cifra record di 20 milioni di euro.  

“Siamo un ente speciale, un unicum al mondo. Un istituto di cura e ricerca che è anche il più grande proprietario terriero d’Italia e ha un enorme patrimonio di arte e cultura per il quale però non ci sono fondi”, puntualizza Giachetti che rinnova il suo appello, per nuove partnership e nuovi supporter “che ci permettano di conservare e valorizzare questo grande patrimonio. Siamo lieti che il percorso museale che abbiamo attivato viaggi al ritmo di 2.200 visite giornaliere (in proiezione 25 mila visitatori l’anno). Ci piacerebbe fare sempre di più”. 

ROMEO E BARNABA, PITTORI SU COMMISSIONE – “Ritrarre Dario”. Così Romeo de Giorgi ha segnato nel suo taccuino l’incarico che gli è stato affidato, per il quale il punto di partenza è “stabilire un legame”. La sua opera e quella del collega Barnaba Canali entreranno nella quadreria dell’ospedale, accanto ai ritratti firmati da ‘mostri sacri’ come Hayez e Segantini. Per entrambi la prima sfida sarà “non sfigurare”, dicono. “Mi ha colpito, prima di tutto – racconta all’AdnKronos Salute de Giorgi – la possibilità di fare una sorta di confronto personale con i maestri del passato. La tradizione pittorica che vigeva al tempo e la preparazione che avevano all’interno degli atelier, botteghe dove già da bambino esercitavi l’arte, sono cose che oggi non esistono”. 

La docente Maria Cristina Galli, che li ha coinvolti, dei due artisti dice che “sanno coniugare nella loro ricerca pittorica i valori del segno e del colore di una sapienza figurale con le istanze proprie di una declinazione contemporanea. Entrambi – assicura – sapranno ben interpretare l’atmosfera personale e culturale dei soggetti e dare forma a opere in cui affermare la possibilità di attualizzazione della stessa pittura”. Giachetti spiega che “la scelta del Policlinico è stata di scommettere sui giovani artisti di domani, offrendo loro un’opportunità per arricchire le loro storie professionali”. Al di là del compenso, che “prevede un rimborso spese per i materiali e un riconoscimento di circa mille euro”.  

De Giorgi ha il suo atelier in un piccolo centro in provincia di Varese, Lonate Ceppino, dove “c’è una pace assoluta, ideale per lavorare”. Non si separa mai dai suoi “taccuini di anatomia” e, dopo la firma dell’accordo con cui il Policlinico gli ha commissionato il ritratto, si è messo subito a studiare. La biografia di Dario Granata “mi è piaciuta rispetto alle altre per la semplicità della sua vita”, dice. Un particolare su tutti: il nuoto. Granata “ha vinto 4 medaglie in questo sport. Io ho un forte legame con la ritrattistica del paesaggio marino, la visione del mare e della sabbia. Il mio lavoro è quindi già affine a una cosa che lui ha vissuto. La sua immagine, di persona che non conosco, può in qualche modo rientrare nella mia sensibilità”. L’artista ha già prodotto un bozzetto e oggi ha potuto anche incontrare la vedova di Granata. “La tecnica va in funzione del soggetto e la cosa più importante sarà leggere bene la sua immagine e ascoltare ciò che ha da dire. In ogni foto passa un microsecondo della persona, è bravo chi riesce a coglierlo. Nello scatto che mi hanno dato, Granata ha una bellissima espressione”.  

Canali ha invece già esplorato il mondo della ritrattistica su commissione, sia sul fronte privato che religioso, racconta. Lo aspetta ora la doppia missione di fermare su tela l’anima delle due benefattrici Elda Rizzi e la figlioccia Antonietta. “L’immagine di riferimento che mi è stata fornita è più strutturata – spiega l’artista 27enne che si è diplomato l’anno scorso in Accademia – è un invito a confrontarsi con essa e mi sembra che rispecchi molto la personalità che mi è stata descritta di queste due donne”. L’idea è di “lavorare sulla materia pittorica cercando di mantenere una buona parte dell’immagine originaria e un richiamo a quell’impressione che a me hanno fatto i due soggetti nella foto”.  

Elda, per esempio, “appare come una donna forte, una colonna, autonoma e indipendente. Alta, con il suo cappello, mi sembra rispecchi moltissimo una figura del Parmigianino”. Dall’altra parte Antonietta, oggi una signora di mezza età, nello scatto è “una bambina con la veletta bianca e il vestito candido della prima comunione e sembra quasi un ritratto degli olandesi”. Per Canali questa è “una grande possibilità da un punto di vista professionale: da un lato – sottolinea – ho il confronto con un’istituzione pubblica e la sua tradizione enorme ‘scritta’ da personaggi esorbitanti, dall’altro posso lavorare con quella che è la mia materia. Significa avere l’occasione di fare quello che più mi piace”.  

Source: Adkronos